Nella Gazzetta Ufficiale del 5 luglio 2010 è  stata pubblicata con Decreto del MIPAF del 16 giugno dello stesso anno la Decima revisione dell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali. Fra i 172 prodotti relativi alla Sardegna ce n’è un nuovo, ma in realtà antichissimo, l’abbamele. L’abbamele o anche saba 'e mele, o acqua 'e meli/mebi o abbattu, a  seconda delle varianti delle lingua sarda, è una sapa a base di miele, acqua e aromi naturali. Si tratta dunque di un derivato del miele legato alle modalità di conduzione degli alveari nell'antichità. L'uso dell'arnia ricavata dalla corteccia di sughero è fatta risalire al periodo punico (500 a.C.); ma certamente già il popolo nuragico raccoglieva i favi di miele dagli alveari selvatici costruiti dalle api nelle rocce e nei tronchi cavi degli alberi. La smielatura degli alveari di sughero imponeva che i favi venissero prima tagliati poi compressi con le mani per poter estrarre il miele. Le sfere di cera ottenute, ancora intrise di miele, venivano fatte sciogliere nell'acqua calda in un grande calderone di rame. La cera che affiorava veniva asportata, mentre la soluzione di acqua e miele, schiumata continuamente e aromatizzata con buccia secca di arancia,  veniva portata ad ebollizione per le ore sufficienti a raggiungere la densità voluta. Le procedure di produzione odierne sono sostanzialmente due: la prima utilizza il miele estratto mediante centrifugazione; la seconda il miele ottenuto dallo scioglimento, al sole o al vapore, dei favi o porzioni di essi. L’introduzione dell’arnia a favo mobile in Sardegna ha modificato alcune modalità di produzione di questo decotto di miele, che risulterebbe qualitativamente di maggior pregio rispetto alle altre versioni. Sono gli opercoli intrisi di miele ad esser lavati a mano con l'acqua usata per la pulizia dello smielatore, del banco disopercolatore e di altre attrezzature.  L'intero processo, per mano di Verina Olla, la più anziana apicoltrice sarda, può essere ammirato nella sezione Materiali di questo sito nel breve e suggestivo documentario realizzato da Greca Natasha Meloni.